Non multa, sed multum!

Ricordi

I volti e il volto

Le vacanze stanno per finire. 13 giorni intensi: affetti, emozioni, persone, amici, parenti, confratelli e consorelle. La vita scorre velocemente in base all’intensitá delle emozioni e dei sentimenti. Tutto scorre e tutto passa, solo i sentimenti toccano l’anima e in base alla loro intensitá ti lasciano un segno. Sono tutti segni d’amore. La memoria li custodisce gelosamente come tesori preziosi. Una strada verso l’Infinito, una strada verso l’eterno, verso la contemplazione del tuo volto luminoso.

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Nudo e crudo (meditazioni natalizie)


Cara ti regalo la piazza!

Sul piatto c’è una pasta al pomodoro, nel bicchiere Cabernet. Con i nonni è inevitabile, parliamo del passato ed in particolare di quello remoto. I 61 anni dell’anniversario di matrimonio (4 giugno 1949) sono già stati festeggiati e noi ne approfittiamo per incominciare a curiosare su quei giorni. Mio nonno incomincia a ricordare la luna di miele (la conversazione avviene in dialetto) “Dopo il matrimonio abbiamo preso il treno, prima siamo andati a Venezia, poi siamo andati a Milano. Quando siamo arrivati a Venezia, prima che uscissimo dalla stazione ho bendato la nonna. Volevo fargli una sorpresa. Siamo usciti dalla stazione e piano piano ci siamo diretti tra le calli e verso piazza S. Marco” e noi: “Scusa nonno, ma dalla stazione fino a piazza S. Marco, sempre bendata?” e lui “Eh si, volevo che arrivasse lì senza intuire nulla, sarebbe stato il mio regalo di matrimonio: fargli aprire gli occhi direttamente su quella meraviglia!” e la nonna: “Mi ricordo ancora lo stupore che provai, rimasi senza parole” E così mio fratello ed io ci guardiamo stupiti di fronte ad un regalo così geniale.

Uno dei classici ritornelli che sentiamo è quello che recita “Si stava meglio quando si stava peggio!”. In realtà dovremmo ricuperare il senso dello stupore, vincere la paura che l’ignoto crea quando ce l’hai davanti. Mio nonno ha avuto una bella idea, non aveva tanti soldi, aveva passato la vita in un circo con suo padre, ai tempi del matrimonio lavorava in una fonderia e i week-end andava a suonare la batteria jazz nei locali, per passione e forse per arrotondare lo stipendio. Ma soprattutto aveva capito che per far felici le persone bastava un cuore da bambino.


Un brandy, un caffè e una fetta di passato. Grazie!

Esco dopo pranzo, vado a prendermi il caffè dai nonni, a piedi. Ciò comporta che il tragitto dalla mia attuale abitazione, un anonimo appartamento vicino alla ferrovia, fino alla casa dei miei nonni passi attraverso un reticolo di vie che si intrecciano con la mia infanzia e la mia adolescenza. Più che un invito a prendere il caffè è come salire a bordo della macchina del tempo e ripercorrere la mia vita a ritroso.Riavvolgo il nastro, ripasso in viale Grigoletti, stravolto dall’opera urbanistica degli ultimi 30 anni. Mi sale un nodo alla gola, mi vivo tutta la mia estraneità a quel viale così cambiato. Cammino rapido, le macchine sfrecciano lungo la strada. Si affollano i ricordi: le corse in bicicletta, i ritorni dalla città, il freddo umido dell’inverno che ti picchiava in fronte mentre cercavi di scaldarti pedalando a tutta birra o d’estate a cercare l’ombra dei platani, che ora non ci sono quasi più. Continuo fino all’Agip e mi infilo nel reticolo di viuzze della periferia pordenonese. Rivedo le strade dove ci inseguivamo con le biciclette a piedi, i palazzi e le case rinfrescate, i giardini curati, le vecchiette che mi osservano e che non mi riconoscono. Fino alla casa della mia bisnonna, dove i muratori la stanno ristrutturando e ampliando, vedo le cunette dove per anni con i miei amici saltavamo con le Grazielle modificate da “cross”. Sono cambiate molte cose in via Asolo: gli alberi abbattuti, le strade asfaltate, le villette a schiera costruite al posto di una vecchia casa padronale con il suo noce che ombreggiava sul cortile della casa dei nonni e dove noi, scavata d’un sol colpo la buca, giocavamo a “pili”. Le geografie urbanistiche mutano, ma la mia mente non si arrende, ricostruisco mentalmente il mio scenario giovanile.Suono il campanello. Aspetto. Si affaccia mia nonna e mi saluta, apre il cancello e guadagno l’entrata. Ci salutiamo e subito dopo entriamo in salotto, dove il piano a mezzacoda è ancora aperto, come se qualcuno si fosse assentato un attimo.

-Il nonno dov’è?

– E’ di sopra adesso viene

– Come stai, so che non sei stata bene

– Questa estate sono caduta e mi sono fatta male la spalla, non posso alzare il braccio più di così.

Intanto arriva il nonno, ci sediamo e mentre il caffè inizia ad uscire, sono curiosi di sapere come me la passo in Germania. La lingua così difficile da imparare gli ricorda la guerra e l’austerità dell’accento. Intanto la nonna mi offre una fetta di torta e una tazzina di brandy nell’attesa del caffè.Condividiamo le notizie, mio nonno intercala la conversazione con qualche battuta umoristica,  si parla dei conoscenti, e intanto arriva il caffè, che mi gusto piano piano. Nel frattempo i ricordi scorrono in sottofondo, le pareti della cucina diventano un pannello dove proietto immagini passate, ricordi e persone.Siamo lì in tre. Mia nonna esclama: – Eh, quest’anno sono 40! – E io annuisco sorridendo, non sapendo se sia veramente un bene o un male. Gli anni passano, li guardo e la scena ha del commovente, seduti intorno che, a modo nostro, ci raccontiamo le nostre vite. Arriva il momento del saluto. Ci scambiamo un bacio e ci diamo appuntamento per i prossimi giorni, per un caffè o un pranzo. E io mi rituffo nelle vie che mi riportano nel passato, la macchina del tempo si riaccende, e inciampo sulla Graziella che ho lasciato lì fuori quando avevo 13 anni… La accarezzo, la metto al suo posto, la saluto e me ne vado, lasciando i miei nonni sulla terrazza con la mano alzata intenti a salutarmi.